I. Breve storia dell'Essere
Il dibattito filosofico sulla natura
dell’essere e sulle sue diverse forme di manifestazione si presenta
interessante ed affascinante.
In questa sede non è possibile
svolgerne una discussione approfondita, ma, si può provare a
ripercorrerla nei suoi momenti e nelle sue tematiche salienti.
In
tale ottica, sommariamente, si può dire che, a partire dall’antichità,
la metafisica ha distinto diversi livelli dell’essere.
Per gli
antichi, in particolare, l’essere si manifesta fenomenicamente nelle
cose, ma è soprattutto trascendente, sia perché esiste realmente prima
delle cose stesse, sia perchè rinvia ad una divinità suprema, assente
dalle vicende del mondo terreno, o relativamente ed indirettamente
responsabile verso di esso.
Il pensiero antico si è posto
sostanzialmente due interrogativi.
1) Innanzi tutto, esso vuole indagare se ci
sia uno spazio condiviso tra uomo e natura, tra cose e agire umano, che
da un lato fondi la conoscenza del mondo, a partire dalla sua percezione
e sensazione, (la cosiddetta “adaequatio” tra pensiero e realtà) e che,
dall’altro, giustifichi l’uso e il dominio della natura da parte
dell’uomo. Si tratta, cioè, di spiegare il ruolo armonizzatore del mondo
da parte dell’uomo, ed, in definitiva, di chiarire la sua posizione
morale.
In questa prospettiva, alla filosofia
spetta il compito di studiare il destino e la condizione dell’uomo, o,
come dice Platone, “le cause necessarie" e quelle “divine”[1],
delle cose naturali e delle vicende umane, cioè, più esattamente, delle
vicende mondane dell’uomo, ossia di un uomo coinvolto nelle trame del
destino storico, delle manifestazioni regolari ed irregolari della
natura, dei disegni e dei capricci della divinità. Questo intreccio
complesso rimanda per un verso ad una entità sovrannaturale, la quale
l’ha voluto, pensato, messo in atto; per un altro verso, costituisce una
realtà mondana, ormai affidata alle leggi proprie della natura,
all’intervento dell’uomo, all’armonia e alla stabilità dei cieli, alle
alterne decisioni della fortuna. L’ordito e la trama della vita del
mondo, per usare le parole di Platone, è dunque costituito dalla
molteplicità.
In verità, anche l’intervento divino è alle prese col
molteplice, giacché per la filosofia antica non è ipotizzabile una
creazione del mondo ex nihilo, dato che la sua nascita si
realizza attraverso un trasferimento del disegno divino nella materia e
attraverso una sua plasmazione mediante la materia preesistente. Questo
rapporto dio-materia più che lineare è dialettico. Ancora più variegata
è la costituzione della realtà mondana, in quanto questa rinvia a
principi diversi tra loro come: il meccanicismo naturale; il libero
agire dell’uomo; le leggi e le influenze astrali; l’instabilità della
fortuna. Le cose, come gli uomini, a loro volta, sono tante e mutevoli,
per cui la loro esistenza è caratterizzata dalla compresenza dell’essere
e del divenire.
Il mondo, dunque, proviene da un dio, è di natura
divina e, tuttavia, possiede ormai una sua autonomia, ha una sua propria
realtà.
Il dio non è responsabile di tutto ciò che avviene nel mondo
e, ciononostante, conserva un suo potere di intervento.
Natura divina e realtà mondana non sono
scisse tra loro, ma non si pongono neanche in un rapporto di semplice
dipendenza. Al filosofo spetta spiegare la conciliabilità tra volontà
divina e concreto divenire storico, tra disposizione del mondo e suo
effettivo procedere, tra eternità e stabilità. Il filosofo, cioè, dovrà
spiegare i rapporti sussistenti tra ordine del mondo e sue mutevoli
vicissitudini, secondo una prospettiva metafisica e non più soltanto
religiosa. Una metafisica che non è religione, perché, pur riconoscendo
la superiorità e la presenza divina, sottolinea l’unità tra essere e
divenire, tra uno e molteplice, tra imprevedibilità umana e continuità
storica. Una unità che è di carattere dialettico, e che, proprio perché
si basa su una relazione tra due o più termini, si consolida in un
insieme di fatti, di regole, di realtà, che costituiscono ormai
complessivamente il suo statuto ontologico. Questo statuto, questa
struttura potremmo dire in termini moderni, è garanzia di armonia e di
stabilità, vale a dire della continuità della vita. Inoltre, proprio
perché è stabile, esso risulta conoscibile. La sua conoscibilità, di
converso, ci assicura sulla possibilità della esistenza dell’uomo;
giacché se il mondo è conoscibile da parte dell’uomo, per ciò stesso
esso non è separato dall’uomo, non si pone come alterità rispetto
all’uomo.
Un fondamento comune tra uomo e natura sussiste,
altrimenti non si spiegherebbe la stabilità del mondo, la sua armonia,
il suo persistere, il mutuo scambio tra uomo e natura. Questo fondamento
comune d’ora in poi sarà chiamato “essere”. Di fatto, così, la semplice
constatazione di una possibilità, di una condizione di sopravvivenza
viene trasformata in un giudizio di valore, cioè nell’affermazione di un
ordine complessivo, di un ruolo privilegiato dell’uomo, di una
provvidenzialità storica.
2) La seconda questione posta dal pensiero
antico riguarda i rapporti tra psicologia individuale e presupposti
della convivenza sociale. In pratica, ci si chiede se risieda negli
uomini una facoltà, una predisposizione, una disponibilità ad accettare
un sistema di regole che consenta il raggiungimento di un equilibrio
psichico interiore, tale da permettere il prevalere di una tendenza
all’agire morale e alla considerazione della preminenza dell’interesse
collettivo rispetto a quello individuale.
Socialità e individualità,
così, procedono di pari passo, non nel senso che si neghi del tutto una
distinzione di livelli, ma nel senso che si pone la moderazione
individuale, intimamente maturata, come il più saldo sostegno della
concordia sociale. Laddove questo non è possibile suppliranno le leggi
dello stato. A tal fine, una medesima facoltà presiede sia al
raggiungimento dell’equilibrio psichico personale, sia alla stabilità
sociale. Questa è la ragione. La risposta data dagli antichi sulla
natura dell’uomo, in sostanza, dice che questi è un animale razionale e
sociale.
Individualità e socialità possono riposare sullo stesso
fondamento, perché uguale è il principio da esse affermato. Infatti, sia
la moderazione delle passioni, sia il prevalere dell’interesse pubblico
richiedono un differimento dei fini immediati, siano essi di natura
emotiva o affettiva, oppure di natura economica o politica. Solo chi sa
rappresentarsi in anticipo le conseguenze delle sue azioni e solo chi sa
confrontare i risultati delle diverse possibili iniziative può proporsi
di scegliere deliberatamente e non impulsivamente. Solo chi sa misurare
alla distanza gli effetti del proprio comportamento; chi, quindi, sa
riconoscere la verità delle cose e delle azioni, valutando, non in preda
alle informazioni effimere e insicure delle sensazioni, bensì in base
all’essenza delle cose ed del loro principio unitario, cioè stabile;
solo un individuo di tal fatta potrà riconoscere il bene. La razionalità
dell’uomo significa in pratica una capacità di scelta. Essa indica il
fondamento naturale e originario posseduto da tutti gli uomini, seppure
non in eguale misura, il quale garantisce sulla esistenza di eguali
principi morali generali, sulla possibilità di una loro accettazione e
di una loro praticabilità, nonché sulla loro riconoscibilità da parte di
tutti gli uomini. La ragione è fondamento di moralità, di socialità, ed
è fondamento della universalità e, quindi, della realizzabilità di tali
condotte di vita. Questa realizzabilità, inoltre, non viene affermata in
astratto ma viene considerata come storicamente fondata, poiché si
assegna al corso storico un esito finalistico, positivamente
predeterminato.
La storia dell’uomo può conoscere alterne
vicende, può essere contrassegnata da un eterno ritorno, ma
nell’economia complessiva del divenire storico il bene è destinato a
prevalere sul male.
Questa concezione finalistica della storia,
accomunata al riconoscimento del carattere universale del fondamento
razionale dell’uomo, costituisce una visione assoluta della vita
dell’uomo e di tutto l’essere. Metafisica, psicologia e sociologia si
sostengono a vicenda. Infatti, è la medesima facoltà, la ragione, che
può cogliere l’ordine del mondo, e, quindi, lo statuto ontologico delle
cose e la continuità tra uomo e natura, così come presiedere alla
moderazione degli impulsi, al differimento dei fini.
Sulla
conoscenza della verità delle cose si fonda anche la conoscenza del vero
bene e, quindi, la stessa moralità e la socialità dell’uomo. La ragione
riconosce l’unità dell’essere e parallelamente giustifica, o afferma la
dignità dell’uomo.
L’unità dell’essere, a questo punto, può
rinviare alla divinità, la quale garantisce l’immutabilità dell’ordine
costituito, confermando la fondatezza della prospettiva razionalmente
indicata.
La razionalità dell’uomo, a sua volta, garantisce sulla
conoscibilità della costituzione unitaria del mondo e sulla
partecipazione dell’uomo alla sua conservazione. I due termini sono
inscindibili e, a ragione, la filosofia contemporanea, da Heidegger a
Derrida, ha individuato nel pensiero antico un poderoso sistema volto ad
assicurare la vita dell’uomo, ad affermarne il suo valore, la sua
stabilità, la naturalità e la originarietà del suo statuto, la
universalità e l’assolutezza della sua manifestazione.
Rispetto a questo impianto teorico
complessivo, il cristianesimo da un lato fa propri alcuni temi
dell’antichità, seppure in parte rivisitati, dall’altro introduce delle
importanti novità. I tre capisaldi del cristianesimo sono: una nuova
concezione della divinità; l’emergere di un senso personale di colpa; la
conseguente (di ambedue i precedenti momenti) affermazione del valore
della fede e dell’obbedienza.
Per quel che riguarda i rapporti della
religione con il mondo e con l’uomo, si pongono due novità di rilievo:
il Dio diventa pienamente responsabile della costituzione del mondo
nella sua interezza, sia degli aspetti favorevoli sia di quelli che
appaiono sfavorevoli; non ha voluto ma ha consentito all’esistenza del
male, al quale ha dato un nuovo significato. Infatti, il dio ha
realizzato questo mondo nei suoi aspetti magnificenti e in quelli
terrificanti, così come ha voluto che la vita dell’uomo fosse
contrassegnata da gioie e dolori, affinché questi riconoscesse la
propria finitudine. Dio, dunque, ha creato il mondo, non l’ha solo
progettato, e l’ha creato ex nihilo, insieme alla materia di cui si è
servito per plasmarlo, senza dover ricorrere ad una entità a lui
estranea. Perciò, ha una responsabilità più piena degli accadimenti,
anche se ciò non esclude il libero arbitrio umano. In secondo luogo, e
proprio per quanto detto innanzi, l’intervento di Dio nella storia
assume un carattere diverso, dato che egli non solo conosce tutti gli
avvenimenti che accadranno ma può anche modificarli. Per il
cristianesimo, infatti, non sussiste alcuna forza del destino, non c’è
alcuna necessità storica che possa opporsi al volere di Dio. Ciò non
significa che egli intervenga ad ogni piè sospinto, bensì sta ad
indicare un potere assoluto, che per gli antichi era inconcepibile.
Inoltre, la venuta di Cristo sulla terra inaugura una nuova era,
introduce quello che è stato definito il concetto lineare e non più
circolare del tempo. Più propriamente, ha spezzato in due segmenti la
circolarità storica, distinguendo il tempo della redenzione da quello
della colpa, senza però scindere i due periodi, visto che neanche nel
tempo della colpa gli uomini sono completamente all’oscuro
dell’esistenza divina, né tutti i popoli lo sono in egual modo. La
testimonianza storica del popolo di Israele, cioè di un popolo
consapevole della colpa dell’uomo e convinto dell’avvento del tempo del
riscatto, prima ancora della venuta di Cristo, segna ad un tempo la
distinzione e la continuità tra i due segmenti del processo storico,
così che insieme essi costituiscano il ciclo della caduta, della
redenzione e della salvezza dell’uomo. Il cristianesimo certo non parla
di metempsicosi, né insiste sul ritorno dei tempi, cosa che,
indubbiamente, rompe con una concezione circolare del tempo, ma, quando
inizio e termine di una dinamica storica sono già prestabiliti,
disquisire se la concezione del tempo proposta sia circolare o lineare
diventa alquanto specioso. Sotto certi punti di vista, anzi, il
cristianesimo accentua la visione finalistica e dogmatica della storia,
in quanto afferma che ogni singolo evento, anche il più minuto, non solo
è stato già prefigurato ma può anche essere modificato, senza che queste
variazioni inficino l’economia e l’esito complessivo della storia. Così,
nel rapporto tra essere e divenire, quest’ultimo assume una posizione
ancor più sussidiaria, non tanto perché venga disconosciuto, ma in
quanto esso viene descritto come mutevole e come commutabile, senza con
ciò sconvolgere il progetto complessivo dell’essere. Certo, anche gli
dei dell’antichità potevano intervenire nelle vicende umane, anche se in
maniera piuttosto capricciosa, e, tuttavia, tale loro potere conosceva a
volte dei limiti insuperabili; ananke era in alcuni casi più forte di
loro. Si è molto discusso e si discute ancora molto sul carattere della
trascendenza di dio. Indubbiamente, l’affermazione della onnipotenza
divina, la proposizione della indissociabilità e della coesistenza della
volontà e della bontà divina, cioè l’attestazione della razionalità del
suo agire; tutto ciò, di fatto, esalta la trascendenza di Dio. Dio si
pone così al di sopra dell’essere. Ttutto ciò che è e accade, è stato
voluto da Dio, è stato voluto nel miglior modo possibile, resta
necessariamente sottomesso al suo potere d’intervento. La concezione
dell’essere si fa più religiosa e meno metafisica, diventa più compatta,
più organica, al limite dell’indifferenziato. L’essere non solo si attua
attraverso il divenire, ma è in grado di accogliere dentro di sé ciò che
non era stato prefigurato, ciò che scarta rispetto a qualsiasi necessità
terrena o a qualsiasi anticipazione; ossia rispetto a ciò che si pone
come differenza, volendo usare un linguaggio moderno. L’essere è più
malleabile e al tempo stesso più unitario, o, in altri termini, più
differenziato e insieme più indifferenziato. Le differenze non annullano
la stabilità; anzi, la stabilità è premessa del sussistere o del
proliferare delle differenze. Se, appunto, non fosse trascendente la
potremmo definire una visione laica della storia. Ma se Dio è fondamento
dell’essere, ciò non significa che, in tal modo, si vuole proporre una
concezione deterministica della storia o meccanicistica della natura.
Dell’essere, infatti, fa parte anche l’uomo col suo libero arbitrio. Il
rapporto tra dio e uomo, in tal modo, costituisce anche un limite alla
assoluta trascendenza di Dio. Certo, non vi è nessun uomo che possieda
l’istantanea e permanente identità tra volontà e pensiero, di qui la
natura conflittuale dell’antropologia umana e la sua strutturale
inferiorità. Tuttavia, la sua libertà gli assegna una responsabilità ed
una autonomia indiscutibili. L’uomo è autonomo, ma, al tempo stesso, è
ambivalente, costantemente in bilico tra debolezza e carità, tra peccato
e fede; questo è il retaggio della sua colpa originaria. Prima ancora di
una originaria distinzione tra passioni e ragione, l’uomo conosce il
dramma di un originario destino, commisto di colpa e di salvezza. Il
ricominciamento del tempo, con la venuta di Cristo sulla terra, risponde
al riconoscimento di questa complessità esistenziale prima ancora che
antropologica dell’uomo, ed al tempo stesso instaura un rapporto diretto
tra Dio e uomo, ponendo un limite all’assoluta trascendenza di Dio. Si
può, così, dire che Dio è trascendentale, ma non nel senso moderno del
termine, inteso cioè come entità certo preesistente ma comunque
bisognosa di manifestarsi attraverso il fenomeno, attraverso la
mondanità. Il Dio cristiano non è necessitato, non riconosce alcun
bisogno, eppure si manifesta. Analogamente, egli può tutto, eppure
riconosce e valorizza il libero arbitrio dell’uomo, cioè ancora una
volta non un limite, ma certo una autonomia rispetto alla sua
onnipotenza e, quindi, rispetto alla sua trascendenza. Il Dio cristiano
è al tempo stesso trascendente e immanente, in tal senso egli è
trascendentale, può cioè assumere di volta in volta questo e quell’altro
ruolo. Questo gioco, questo scambio di possibilità, è un ulteriore
manifestazione del suo potere. Tutto ciò significa che la totalità
dell’ente va distinta dall’essere in quanto tale. Quest’ultimo deriva
interamente da Dio e presenta una compattezza indiscutibile, la totalità
dell’ente, invece, ha un duplice fondamento: il bene e il male; la colpa
e la salvezza. Infatti, se la consistenza e il rapporto reciproco
complessivo tra bene e male sono già prefigurati, così come è deciso in
anticipo il destino dell’umanità nella sua interezza, il prevalere del
bene o del male nella singola vicenda, o la dannazione e la salvezza del
singolo rispondono, invece, ad una logica e ad una responsabilità
diversa. I risvolti di questa situazione sono duplici. Da un lato si
prospetta una relativa indifferenza verso la storia, verso questo mondo
terreno, verso il divenire, la cui importanza sminuisce nettamente
rispetto alla promessa di vita sovrannaturale. Non si tratta
naturalmente di un disinteresse puro e semplice verso i fatti della vita
o verso le vicende che riguardano la famiglia, gli amici, i confratelli
o la società intera; si tratta di una diversa ottica in cui vengono
considerati i singoli eventi, in particolare il concatenarsi di bene e
male. I singoli episodi dannosi per un verso trovano sempre una
giustificazione, o perché sono le conseguenze dei nostri errori e dei
nostri peccati, o perché rientrano in un disegno divino volto a mettere
alla prova la nostra costanza e, quindi, in definitiva teso a temprarci
e a offrirci un destino eccezionale di resistenza e di fede non comuni.
Per un altro verso, e nel contempo, i singoli eventi sono considerati
fatti effimeri, che, al di là del loro significato esemplare e di prova,
cioè di una possibilità offertaci, ed indipendentemente dalla risposta
personale che verrà data, costituiscono dei momenti irrilevanti, sia
rispetto alle prospettive future della nostra vita terrena, sia rispetto
alla continuazione di questa nostra esistenza nell’aldilà, sia, infine,
rispetto al decorso globale della storia e del destino dell’umanità.
Cioè, in ogni caso, si tratti del nostro futuro mondano o extramondano,
oppure del presente e del futuro dell’intera umanità, si prospetta
sempre un tempo ulteriore, una dimensione più ampia, un infinito
rispetto ai quali la nostra sofferenza immediata diventa poca cosa.
Proprio perché effimero, il male trova sempre una giustificazione, oltre
che in una nostra colpa, nell’ambito di un confine che ora ci sfugge. La
storia, d’altronde, sia essa individuale o dell’intera umanità, non
trova mai una verifica empirica. La lotta tra bene e male conosce
alterne vicende, si risolverà certo positivamente alla fine dei tempi,
ma per l’intanto non è obbligata a dimostrare niente, né in un senso né
nell’altro. La tensione kantiana tra tendenza verso l’ideale della
santità e la concreta pratica individuale approssimativa (nel senso
letterale del termine, cioè di approssimarsi, di avvicinarsi ad un
ideale), così come la tensione tra disegno provvidenziale e concreta
situazione storica, in questa visione cristiana perdono di senso. La
storia non rappresenta, come vuole Hegel, il tribunale della verità, né
è tenuta ad inverare sin d’ora il suo risultato finale e complessivo. Su
di esso occorre soltanto aver fede, dato che non conosciamo il disegno
divino. Possiamo solo essere sicuri che la provvidenza veglia contro il
verificarsi di un esito catastrofico della storia; ovvero, Dio non resta
indifferente alle sorti dell’uomo ed è sempre pronto a donarci una
possibilità di riscatto. Il bene del resto non è completamente assente.
Il suo avverarsi costituisce o una ricompensa personale, oppure
rappresenta un segno della provvidenza divina. Tuttavia, nessun
bilanciamento, nessun confronto tra bene e male, né dal punto di vista
personale né dal punto di vista storico, è di per sé significativo, non
assume mai il carattere di riprova. Il divario tra mondo naturale e
mondo sovrannaturale non può, però, indurre l’uomo all’arbitrarietà del
suo comportamento su questa terra, né al disinteresse verso ciò che lo
favorisce o lo sfavorisce; ciononostante, la dimensione terrena non è
mai esaustiva, nella misura in cui non vincola né ci vincola ad un
riscontro. La finitezza dell’uomo e del mondo, infatti, non possono
accogliere, neppure in tempi apparentemente lunghi, una prospettiva
infinita, disegnata dall’eternità e destinata all’eternità. Il calcolo
dell’uomo è poca cosa rispetto ad un tempo infinito. Un ruolo dell’uomo,
comunque, viene preservato, perché nel suo libero arbitrio e nella sua
decisione risiede la possibilità del riscatto. Il secondo risvolto cui
conduce la duplicazione dello statuto dell’essere consiste, proprio, nel
valore che acquista l’assunzione della colpa da parte dell’uomo. Se per
gli antichi solo la conoscenza della verità poteva condurre alla
intuizione dell’unità dell’essere e al discernimento tra bene e male,
per i cristiani la conoscenza di per sé non basta. Essa è insufficiente
per due motivi. Primo perché niente ci assicura che l’educazione, la
cultura, il sapere si traducano effettivamente in una più consapevole
coscienza morale, o che si concretizzino in un reale miglioramento della
condizione umana. La contraddittorietà della natura umana, da un lato, e
la divaricazione continua tra ciò che si progetta e ciò che le
situazioni effettive consentono, dall’altro non autorizzano
assolutamente ad asserire una conseguenzialità lineare tra conoscenza e
coscienza, tra intenzione e realizzazione, tra teoria e pratica, tra
scienza e società. Questa potenziale scissione rinvia certamente, come
volevano gli antichi, ad una debolezza antropologica, al conflitto tra
passioni e ragione, ma la razionalità, seppure necessaria, non ci
assicura sulla moralità della scelta, non solo perché essa può
soccombere, ma anche perché essa stessa è ambigua. La conoscenza allora
è insufficiente, perché da sola essa non è in grado di determinare la
volontà dell’uomo (e questo rappresenta il secondo motivo). Questa
decisione, direbbe Heidegger, si compie su un altro terreno, su un
versante più coinvolgente, più radicale, cioè sul versante emotivo. Solo
riconoscendo il nostro peccato, un peccato anteriore a qualsiasi nostro
atto concreto, perché connaturato nell’essere proprio dell’uomo, solo
attraverso questa specie di epochè noi possiamo porci in una
disposizione d’animo tale che ci illumini sul destino dell’uomo, e, di
conseguenza, ci conduca ad assumere la decisione più giusta. Una scelta
unica e definitiva, destinata ad imprimere coerenza a tutta la nostra
condotta di vita, perché coinvolge tutto l’essere dell’uomo e del mondo.
Rispetto a questa diversa considerazione delle facoltà umane, allora
come si pone la questione del disvelamento, della manifestazione
dell’essere? Per gli antichi questo avveniva attraverso le cose, la
natura, le azioni e la storia degli uomini (seppure si distingueva in
ognuno di questi ambiti l’essenza dall’apparenza, il mutevole e
l’instabile dal permanente e dall’unitario), e in una qualche misura si
inverava nelle cose, nella natura, nelle azioni e nella storia
dell’uomo. L’essere si frantumava nel molteplice e si mascherava sotto
le apparenze, ma al tempo stesso era lì in ogni cosa, in ogni uomo, ed
era possibile coglierlo, conoscerlo al di là dell’effimero, ma, al tempo
stesso, proprio a partire dall’effimero. Il divenire non rinviava
all’essere come a qualcosa d’altro, esso conteneva entro sé l’essere e
lo poteva mostrare. La ragione aveva la capacità di rapportarsi a questo
nucleo stabile delle cose, in quanto essa non è separata dalle cose, per
cui la continuità tra uomo e mondo, l’unità dell’essere veniva
consentita proprio da questa possibilità della ragione di conoscere
l’essere in ogni sua manifestazione. Per il cristiano, invece, questo
impegno conoscitivo dovrà subentrare in un secondo momento. Non si
disconosce il ruolo della ragione; si afferma, però, che preliminarmente
l’essere va colto nella sua totalità, nella sua unità e, indi,
riconosciuto nelle singole cose e nelle singole azioni. Questo
disvelamento totale dell’essere può avvenire non tanto sul piano
conoscitivo, il quale è pur sempre di carattere empirico, induttivo;
esso si verifica, al contrario, in una situazione estatica, di
coinvolgimento emotivo, che appunto mette in discussione in un solo
attimo tutto l’essere dell’uomo e del mondo. Solo l’ammissione di una
colpa originaria e la conseguente assunzione di una scelta e di una
responsabilità di redenzione possono condurre l’uomo a maturare una
retta coscienza morale. La fede più che la conoscenza sorreggono questa
esperienza e questa determinazione. Bisogna aver fede in un essere
superiore onnipotente che regge interamente il nostro destino per
provare quel sentimento di debolezza, di inferiorità che attengono in
maniera così intima al senso di colpa; bisogna aver fede per credere che
ciò che si rivela nel momento della contrizione è il vero messaggio di
salvezza; bisogna aver fede per sperare che tale messaggio si realizzerà
effettivamente, anche se soltanto nell’aldilà; bisogna aver fede che la
nostra condotta di vita potrà riscattarci dalla colpa e riguadagnarci la
redenzione; bisogna aver fede per ritrovare la forza interiore, dopo
aver conosciuto la propria debolezza. La fede non annulla la conoscenza
ma la precede, nel significato più profondo, la prepara, perché ne
anticipa i contenuti. Di qui l’importanza dell’obbedienza. Ci si può
affidare all’interpretazione personale ed interiore delle Scritture,
oppure affidarsi alla dottrina della Chiesa, ma, in ogni caso, non è
possibile nutrire dubbi sulle verità essenziali dell’insegnamento
religioso; il dubbio può essere temporaneo e catartico, cioè rappresenta
un’altra esperienza estatica, che coinvolge stavolta più direttamente
l’intelletto, ma che deve risolversi sempre in un atto di fede e di
obbedienza. Questa obbedienza rappresenta sul piano esistenziale
fondamentalmente quella moderazione delle passioni ricercata dagli
antichi. Questi raggiungevano tale risultato attraverso un ventaglio di
procedimenti, ma preliminarmente proponevano una deviazione delle
pulsioni vitali dell’uomo; la ricerca del piacere non poteva essere
repressa completamente e perciò veniva indirizzata verso un piacere più
puro, di tipo intellettuale. Ciò richiedeva un lungo periodo di
educazione, un esercizio continuo, una riflessione attenta; in
definitiva, uno smorzamento oltre che una deviazione del piacere. I
cristiani, attuano anche loro una deviazione degli impulsi vitali
dell’uomo, ma lo fanno verso un’esperienza più immediata, più diretta,
più emotiva. Raccolgono quasi quel suggerimento platonico, sussidiario
rispetto alla sua strategia generale, di utilizzare le emozioni contro
le passioni, perché le prime sono ambivalenti e possono allearsi anche
con la ragione, mentre le seconde no. Elevano, però, la pratica
platonica a metodo principale. In tal modo, si realizza una
personalizzazione del rapporto con la fede, con le sue verità, con i
suoi comandamenti e, pur nel rispetto degli insegnamenti della Chiesa,
si apre uno spazio di libertà, di autonoma intenzionalità per il
credente. Non si sbaglia se si afferma che tale interiorizzazione di
fondo della convinzione religiosa costituisce il più saldo presupposto
per il libero arbitrio e permette di conciliare obbedienza e libertà.
Complessivamente, il cristianesimo attua uno spostamento della
centralità, del fondamento dell’uomo dalla conoscenza alla coscienza.
Esaltazione della colpa, valorizzazione dell’esperienza emotiva,
ridiscussione del ruolo della ragione rappresentano altrettanti temi che
verranno poi ripresi dalla filosofia contemporanea e troveranno un
deciso sostenitore in Kierkegaard. Col pensiero post-rinascimentale
l’aspetto più discusso diventa quello della definizione della
soggettività e del suo ruolo. Già a partire dalla teoria degli “idola”
di Bacone si affrontava il dilemma, riproposto in parte dallo
scetticismo e dall’empirismo, relativo alla fondatezza delle conoscenze
raggiunte dalla ragione. Si mettevano in discussione, cioè, quei
meccanismi naturali, ora ritenuti devianti, propri della facoltà
raziocinante. Per la prima volta, dunque, si metteva in dubbio non solo
la capacità della ragione di rapportarsi alla realtà e di stabilire una
continuità tra due diversi modi di essere, cioè tra mondo esterno,
materiale e pensiero interiore, immateriale; adesso si opinava anche sui
procedimenti propri della ragione, se ne mettevano in luce i limiti e si
evidenziava come essa, per tendenza propria, prima ancora di essere
ingannata o di ingannarsi sulla realtà, assumeva dei principi logici, un
abito consuetudinario e dei procedimenti il più delle volte fallaci,
tali da inficiare in partenza le sue possibilità cognitive. Le due
obiezioni: quella sulla soggettività e quella sul ruolo della
conoscenza, come si vede, sono collegate tra loro. La concezione
aprioristica moderna ha consentito di dare un’unica risposta ad
entrambe. Da Cartesio a Kant ad Hegel si ricercheranno, d’ora in poi,
delle certezze indiscutibili che attengano all’essere stesso dell’uomo,
e in particolare alla sua facoltà cognitiva, capaci di fondare esse
stesse le relazioni con la realtà esterna. Nell'uomo non sono innati i
risultati finali della conoscenza, le idee platoniche, né egli possiede
un intelletto agente finalisticamente orientato al disvelamento degli
intelligibili, corrispondenti alle sostanze o alle essenze delle cose.
Nell’intelletto umano risiedono dei principi, dei procedimenti mentali,
delle acquisizioni intellettive, o una condizione psico-logica che danno
unità, stabilità e certezza alla conoscenza. Tali sono l’ego cogito e i
principi cartesiani, gli a priori kantiani, la coscienza di sé
hegeliana. D’ora in poi il problema principale non è quello di far
corrispondere le nozioni intellettive alla realtà delle cose, ma di
applicare e di sviluppare correttamente i principi cognitivi posseduti
dall’uomo. I caratteri propri dell’intelletto sono immodificabili, oltre
che infallibili, perciò è la realtà che viene costruita secondo le
proprietà insite nell’intelletto. La realtà si adegua all’intelletto e
diventa una realtà specificatamente umana. Cosicchè, se vi sia una
realtà naturale diversa da questa, poco importa, perché essa non
potrebbe mai essere conosciuta dall’uomo. Del resto, probabilmente
questa possibilità non sussiste. L’essere, d’altronde, da Kant in poi,
non costituisce più un’entità reale, bensì un portato dell’intelletto, o
della coscienza, o dello Spirito, ed il suo fondamento è dato dalla
libertà. Non più, quindi, una facoltà, la ragione, in sé priva di
criteri conoscitivi, la quale si rapporta alla realtà concreta e si
esprime mediante essa solo perché possediamo uno statuto ontologico e
metafisico superiore, in virtù del quale l’uomo ha ricevuto poteri
conoscitivi speciali. La ragione ha già in sé delle verità
indiscutibili, delle verità fondamentali, o, per meglio dire, dei
criteri di verità applicabili a tutte le cose. Il fondamento dell’uomo
non è semplicemente una facoltà, la ragione, ma una facoltà naturalmente
già dotata, aprioristicamente dotata. Compito del filosofo è allora
quello di portare alla luce tali poteri, tali qualità della ragione, che
noi, in qualche modo, abitualmente utilizziamo. Il compito del filosofo
è un compito propriamente coscienziale, cioè portare alla coscienza
dell’uomo i principi connaturati in lui, che da sempre hanno presieduto
ai processi cognitivi. Questa presa di coscienza non è fine a se stessa
ma consente di seguire il percorso cognitivo dell’uomo, di analizzare,
di vivisezionare, di ricostruire passo dopo passo le fasi attraverso le
quali vengono elaborati nozioni, concetti, giudizi, idee. Scoprendo il
punto certo di partenza, si potrà assistere la ragione in tutto il suo
lavoro e capire come e perché eventualmente sorga l’errore. Perciò la
verità è un portato naturale dell’uomo. Dunque, coscienza di sé e
coscienza delle operazioni mentali. La coscienza possiede di per sé e
accerta poi le condizioni del raggiungimento della conoscenza. La
coscienza è il fondamento della conoscenza, è il fondamento dell’uomo.
Non più una coscienza morale come quella cristiana ma una coscienza
intellettiva. Ritorna in forme aggiornate il primato della verità, della
conoscenza sulla morale, ma la necessità di un epoché coscienziale viene
premessa ad essa. Il carattere distintivo del pensiero moderno è dato
dall’analisi della soggettività. Proprio questa centralità sarà poi
revocata in dubbio dalla filosofia contemporanea. Infatti, il pensiero
moderno aveva assunto senza tematizzarlo il presupposto della
pre-esistenza della coscienza. Invece, in assenza di una preliminare
ricerca in tale direzione, si deve dedurre che la coscienza di sé ed i
suoi apodittici principi costitutivi sono solo delle rappresentazioni,
delle autorappresentazioni, assolutamente destituite di fondamento.
Perlomeno, i risultati del pensiero moderno devono essere sottoposti ad
un riesame, ad una verifica, che magari ne recuperi alcuni aspetti,
poggiandoli, però, su nuove basi. Il pensiero contemporaneo vuol
procedere ancor più a ritroso nello studio dell’uomo di quanto aveva
fatto la filosofia precedente. La ricerca dell’originario diventa adesso
fondamentale e viene consapevolmente posta al centro dell’indagine
filosofica.
successivo
NOTE
1 Platone: Timeo, 68 E
- 69 A
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